Frequenze a Impulsi

La FAI Factory è uno spazio polivalente di partecipazione, espressione e creatività giovanile: si trova in un night club, ora ristrutturato, confiscato alla criminalità organizzata che il Comune di Milano ha assegnato ad Arché.

Le Frequenze a impulsi sono le attività condotte dai volontari di Arché per offrire a preadolescenti e adolescenti la possibilità di sviluppare capacità individuali e di gruppo, per essere protagonisti e responsabili.

La web radio che puoi ascoltare da questo sito racconta chi siamo e cosa facciamo nella FAI Factory, che è per noi opportunità educativa e canale creativo, terra di mezzo da abitare per dare spazio e possibilità di sviluppo a forme d’arte vicine ai ragazzi.

Tutto ciò nella Milano capitale dell’arte, del design, delle radio!

Ma tu ci credi?

Volo in un cielo vaniglia

 

Un bel sorriso a trentadue denti (sì, li ho ancora tutti) è ciò che si dipinge sul mio volto non appena sento parlare qualche estremo radical chic di festival del cinema cambogiano, rassegna cinematografica filippina, o maratone di cortometraggi uzbekistani - solitamente lodi di questo tipo provengono da personaggi (sostantivo che in questo caso assume la forma vezzeggiativa di persona) addobbati da borsette eque e solidali, orecchini etnici, sciarpe di pashmina originale delle mongolia (tremila euro al centimetro quadrato) e profumate da essenze che rispettano l’ozono. Sorrido perché una delle motivazioni addotte solitamente è che Hollywood sforna storie banali, prive di contenuto, con attori belli ma cani e scritte da sceneggiatori interessati solo al profitto a poco al Cinema, il quale, è bene ricordarlo, come la letteratura, viaggia su due binari: da una parte l’intrattenimento (termine spesso malamente equivocato); dall’altra la riflessione su temi spesso inesauribili, la costante indagine sui moti dell’animo umano e, quindi, su tutte le sue oscillazioni e verità.

La prima risposta che fornisco a tali individui è: Wachowski. La seconda, appena più articolata, è che temi importanti possono essere camuffati e presentati sotto spoglie più leggere, così come una bella ragazza apparentemente frivola può, in realtà, rivelarsi profonda ed interessante; e l’arte di molti sceneggiatori hollywoodiani è proprio riuscire a coniugare forti spunti di riflessione con storie coinvolgenti. Il Cinema, insomma, sta negli occhi di chi guarda.

Per giustificare la mia tesi corre in mio soccorso Vanilla Sky (2001), con il mago del botteghino Tom Cruise. Grazie anche alla preziosa colonna sonora, brani non originali che però fanno pendant con ogni scena, questo film, negli anni, mi ha acceso molte curiosità rintuzzando le braci del mio cervello.

Prendiamo l’ultima scena: il protagonista David Aames si trova a dover compiere una scelta difficilissima: vivere in un sogno dagli esiti sicuramente felici, secondo i suoi rosei canoni, con affianco Penelope Cruz (mica una a caso); oppure affrontare un mondo futuro, sconosciuto, che nel frattempo è andato avanti di ben 150 anni senza di lui. Continuare a vivere la propria vita in un sicuro microcosmo in cui sono già noti gli sviluppi, o tentare la sfida alle proprie paure, ai limiti riconosciuti della propria personalità, di qualsiasi tipo essi siano?

Vivere un presente tranquillo, pacifico ed immutabile o mettersi in gioco nell’ignoto dovendo, inoltre, superare la propria paura più feroce: il vuoto.

La prova non è da poco. Il piatto della bilancia pende sicuramente verso Penelope.

Ma è meglio vivere una vita vera piuttosto che rappresentarsi una piacevole menzogna. Aames accetta la prova agonistica con se stesso, la sfida per costruirsi, per perfezionarsi: l’avversario da battere è l’io che tende alla rassicurante autoconservazione del presente, non è necessariamente un io pigro, ma “difensivo” o “osservatore”.

Come dice uno dei personaggi, alias il supporto tecnologico, “Devi avere un controllo su te stesso. Dipende tutto dalla tua mente. Tutto questo, ogni cosa, è creato da te”. Sfighe a parte, aggiungo io.

Dando un’altra occhiata al fotogramma sovrastante mi è venuta in mente un’espressione presa dalla Divina Commedia: “Folle volo”. Nel ventiseiesimo canto della divina commedia, lo spirito di Ulisse racconta di come egli abbia incitato il suo equipaggio (“considerate la vostra semenza, fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”) ad oltrepassare le Colonne d’Ercole, limite del sapere umano. Tale sfida fu poi punita da Dio in persona, il quale sollevò la sua nave per poi farla risucchiare dai flutti, il “folle volo” appunto. Innanzitutto noterei che Dio, dall’Eden a Ulisse, ha sempre punito chiunque tentasse di conoscere qualcosa. Diciamo che è un anti intellettuale, un censore vero e proprio. Secondariamente, come Cruise/Aames supera i propri limiti spinto dal desiderio di conoscenza (di se stesso), così Ulisse oltrepassa le Colonne mosso dalla sua proverbiale curiosità.  

Un altro insegnamento che il film ci consegna è: mai salire in auto con Cameron Diaz.