Frequenze a Impulsi

La FAI Factory è uno spazio polivalente di partecipazione, espressione e creatività giovanile: si trova in un night club, ora ristrutturato, confiscato alla criminalità organizzata che il Comune di Milano ha assegnato ad Arché.

Le Frequenze a impulsi sono le attività condotte dai volontari di Arché per offrire a preadolescenti e adolescenti la possibilità di sviluppare capacità individuali e di gruppo, per essere protagonisti e responsabili.

La web radio che puoi ascoltare da questo sito racconta chi siamo e cosa facciamo nella FAI Factory, che è per noi opportunità educativa e canale creativo, terra di mezzo da abitare per dare spazio e possibilità di sviluppo a forme d’arte vicine ai ragazzi.

Tutto ciò nella Milano capitale dell’arte, del design, delle radio!

Ma tu ci credi?

KOdak KO

Probabilmente la maggior parte dei bambini nati dopo il 2000 non hanno mai visto una pellicola. Non avranno nemmeno mai ricevuto una macchina fotografica  meccanica in regalo per la prima comunione, non hanno mai messo a fuoco un’immagine né arrotolato un rullino, né tantomeno impresso un’immagine su quel rullino (da 12, 24, o 36, ricordate?) tramite la pressione di un pulsante che produceva quel “clic” familiare ed autentico, non quel “clic” odierno penoso ed artefatto.  E siccome la Kodak ha chiuso i battenti qualche settimana fa, quei bambini non faranno mai niente di tutto ciò. Poveri pupi.

Tralasciando la retorica nostalgica mi piacerebbe focalizzare l’attenzione (sì, proprio come con un vecchio obiettivo) sulla figura di una delle aziende più monopolistiche che il mercato abbia mai avuto. Facendo il bravo dovrei parlare più di duopolio. Infatti la principale concorrente della Kodak era la giapponese Fujifilm, che tutti noi abbiamo almeno sentito nominare. Entrambe le aziende avevano un’enorme percentuale (vicino al 90%) sui propri mercati nazionali, mentre all’estero la Kodak era la Kodak: l’azienda leader presente sul mercato dal 1880. Ora, dove è che voglio arrivare? Qualcuno di voi ha sentito che la Fuji abbia chiusa baracca? Non mi risulta.

Ma come diamine è possibile che l’azienda principale del mercato delle pellicole fotografiche migliori del mondo, con introiti adeguati alla sua posizione (non è che regalassero niente a nessuno), abbia chiuso? A causa delle macchine digitali, direte voi, certo; ormai si fanno le foto con gli smartphone; era un business obsoleto. Tutte queste cose le so. Per l’appunto, tutte queste cose le sono anche io, perfino io. Non ditemi che non le avranno sapute anche  i capi della Kodak! Non sarebbe stato meglio, invece che chiudere, progettare qualcosa di adattabile alle nuove tecnologie? Una fotocamera digitale che facesse concorrenza alle altre? Un orologio con su Minnie Pluto e Paperino? Aprire una fabbrica di biscotti per criceti vegani? Oppure qualcosa di diverso: non a caso si parla di “diversificazione degli investimenti”, il che significa investire un poco nell’uranio, nel petrolio, nei cereali, nei diamanti, nelle armi, così da diversificare gli introiti e, se va tutto bene, incentivare qualche conflitto all’estero. Così si manda avanti una grande azienda. Invece i capi della Kodak, sono rimasti inerti a guardare l’azienda colare a picco. Glu glu glu.

Che lezione ci lascia questa vicenda? Che, come voleva il buon vecchio Darwin, chi non si adatta soccombe. Se il tuo modello di vita ti porta a fondo, significa che è da cambiare. Se il tuo business sta retrocedendo, non basta maledire il passare del tempo ed urlare contro la pioggia, ma trovare una soluzione intelligente per rimanere in piedi. Se ciò che proponi non va più bene, non interessa, è tempo di cambiare proposta. Panta rei. Chi non cambia si estingue.