Frequenze a Impulsi

La FAI Factory è uno spazio polivalente di partecipazione, espressione e creatività giovanile: si trova in un night club, ora ristrutturato, confiscato alla criminalità organizzata che il Comune di Milano ha assegnato ad Arché.

Le Frequenze a impulsi sono le attività condotte dai volontari di Arché per offrire a preadolescenti e adolescenti la possibilità di sviluppare capacità individuali e di gruppo, per essere protagonisti e responsabili.

La web radio che puoi ascoltare da questo sito racconta chi siamo e cosa facciamo nella FAI Factory, che è per noi opportunità educativa e canale creativo, terra di mezzo da abitare per dare spazio e possibilità di sviluppo a forme d’arte vicine ai ragazzi.

Tutto ciò nella Milano capitale dell’arte, del design, delle radio!

Ma tu ci credi?

DESIGN tra PERICLE ed ENZO MARI

L’Università degli Studi di Milano non rimane mai aperta dopo le 19.30. Mai. Alcuni dipartimenti chiudono addirittura alle 17; alcune aule studio anche, altre rimangono aperte; ma state certi che i battenti del Filarete chiuderanno per le 19.30. Alla Bocconi le aule studio sono sempre aperte; al Politecnico chiudono poco prima di mezzanotte. La Statale chiude alle 19.30. Qual è l’unica sera dell’anno in cui rimane aperta fino a tardi? Che domande: l’inaugurazione del salone del mobile.

Ora, nel caso non si fosse capito il mio tono è ironico; qualcuno potrebbe dirmi che lo faccio perché non conosco cosa c’è dietro: decine di migliaia di posti di lavoro, da chi progetta a chi strappa lo scontrino alla cassa, ricerca nei materiali, creatività, made in Italy, mercato, turismo e compagnia bella. Su questo mi dico che hanno ragione, l’ho presa alla leggera. Però, lo chiedo in ginocchio, non chiamatela arte e non chiamate “artisti” i designer. Perché con i loro atteggiamenti molto international, gli occhiali da nerd, la magrezza esagerata, i pantaloni striminziti che lasciano scoperte le calze viola (ma perché?), le riga di lato e tutto il resto che è corollario della categoria, si credono più artisti che designer e più intellettuali che artisti.

Nessuno è contrario alla ricerca del bello, sia essa rappresentata da una persona, un paesaggio, un’opera d’arte, una musica, un oggetto seriale che ci arreda la casa (volete mettere quanto sarebbe bello ascoltare le frequenze Fai da una radio di Zanuso?). Qualche cinico potrebbe dissentire da  quest’ultimo ma, come ci ricorda Tucidide nell’epitaffio di Pericle, anche i greci cercavano di avere “belle case private il cui uso quotidiano allontana la tristezza”(Guerra del Peloponneso, II, 38). E il nodo sta proprio qui: arte o oggetto seriale? Il design è diventato un’arte decorativa o ha una funzione? I designer di cui sopra non saprebbero rispondere.

Su Sette del 14 aprile 2011 ho trovato un’interessante intervista a Enzo Mari, figura di spicco del design italiano nel mondo, tanto che alcune sue creazioni sono esposte sia al MoMA che al Louvre; nel 1974 pubblicò Funzione della ricerca estetica . Mari è un designer sui generis: ce l’ha con i suoi colleghi, con gli architetti che vivono nel centro delle città e in periferia costruiscono orrori. Rivendica e incoraggia gli studi umanistici senza i quali si è “zombi” o “cyborg” perché “i computer non fanno bene al processo creativo. I nostri neuroni sono più potenti di un software. Certo, se uno ha già una cultura umanistica, la macchina può dargli una mano a sbrigare certe faccende”. Descrive i giovani designer di oggi come “totalmente ignoranti”, robot che accettano come valore solo il mercato progettando oggetti utili solo a chi li vende ma non a chi li compra. Mentre l’aspetto funzionale è imprescindibile: il design deve essere applicato alla vita quotidiana, altrimenti rimane solo sterile esercizio di stile. Insomma, gli oggetti belli devono essere anche utili. Cosa me ne faccio di un’istallazione che possa essere infilata solo in un salotto da trecento metri quadri, di una libreria che occupa più spazio di quanto non ne salvi, di poltrone scomode?

Un’ulteriore suggerimento per capire il suo pensiero è questa interessante frase:

 “Il vaso è secondario rispetto alla composizione floreale”.

Insomma, cari designer, prendetevi meno sul serio, poggiate ben saldi i piedi per terra, siate umili, vestitevi decentemente, leggete qualche libro, non sempre eh, solo ogni tanto, e metteteci un po’ di cervello nelle cose che fate. Ve ne saremmo grati.

Per chiudere il cerchio: che cosa c’entra l’Università con il design? Niente, appunto.