Frequenze a Impulsi

La FAI Factory è uno spazio polivalente di partecipazione, espressione e creatività giovanile: si trova in un night club, ora ristrutturato, confiscato alla criminalità organizzata che il Comune di Milano ha assegnato ad Arché.

Le Frequenze a impulsi sono le attività condotte dai volontari di Arché per offrire a preadolescenti e adolescenti la possibilità di sviluppare capacità individuali e di gruppo, per essere protagonisti e responsabili.

La web radio che puoi ascoltare da questo sito racconta chi siamo e cosa facciamo nella FAI Factory, che è per noi opportunità educativa e canale creativo, terra di mezzo da abitare per dare spazio e possibilità di sviluppo a forme d’arte vicine ai ragazzi.

Tutto ciò nella Milano capitale dell’arte, del design, delle radio!

Ma tu ci credi?

LA FAI CONQUISTA LE ALPI

Lo stendardo di Frequenze a impulsi La spedizione Frequenzeaimpulsi si è la(-) sciata alle spalle la città di Milano di prima mattina; meta: St. Jaques, Champoluc, Val d’Ayas.

A bordo dell’autoveicolo l’atmosfera, tra un Ringo e l’altro, era frizzante, allegra, cameratesca, positiva, divertente, vivace. Insomma, già si pregustava il successo della giornata (mocetta con fonduta compresa nei successi).

Arrivo in valle quasi all’ora esatta; cambio di calzature; pelli incollate e via.

Saliamo per un boschetto, incontrando un paio di ottuagenari latitanti dal reparto geriatrico riabilitativo di Aosta che però, a nostra discolpa, ciaspolano piuttosto velocemente (e te credo, hanno la camicia di forza ad aspettarli in valle). Proseguiamo per il boschetto: il cielo è azzurro che più azzurro non si può e mi accorgo di non avere più risorse senza di teee!

Finalmente usciamo da questo stramaledetto boschetto (che è effetti era un bosco vero e proprio); ci passano sopra la testa alcune dozzine di elicotteri: altro che eliski, stavano cercando i due vecchi.

Alcune malghe sparse; alcuni fiocchi di neve sparsi; la temperatura si scalda parecchio ma a noi, scalatori indefessi, non ci interessa la discesa: se si potesse salire all’infinito, noi saliremmo; se potessimo sciare in salita noi scieremmo; se potessimo scendere salendo noi lo faremmo. Invece, ci guardiamo intorno, giriamo i tacchi (e gli attacchi) e saltelliamo allegramente tra la neve e tra le piante fino all’auto.

Abbiamo fame. Per fortuna il comitato di accoglienza sembra famelico quanto noi.

Ci sediamo attorno ad un tavolo imbandito ma senza alcun bandito (e non mettetevi nel naso un dito!) con tonnellate di mocetta, gnocchi alla valdostana, fonduta, vino birra e trallallà. Ma come succede quando il pasto è ignorante e buonissimo, è il pane a riscuotere il successo più clamoroso: il pane che si intinge negli ettolitri di sugo prelibato, nella fonduta densa.. MMM!!!

In questi casi, chi non prende l’amaro è un giuda e io non ho ancora baciato nessuno, quindi prendo l’amaro.

Che margnata!

Dopo un’ulteriore pausa nel rifugio-base con tanto di cani appollaiati sul divano (un saluto affettuoso a Mafalda detta Berta e Burt detto Lancaster) e schitarrata da oratorio, abbiamo preso la via di casa, non prima, però, di aver assorbito l’ultimo raggio di sole in un  parcheggio fangoso affianco alla strada statale: Virgilio in confronto non era nessuno.

Torniamo a casa rischiando la pellaccia con un sorpasso azzardatissimo in una curva a gomito, ma nessuno si preoccupa. Come potremmo? La colonna sonora è Sister Act.

Il traffico di Milano ci accoglie in tutto il suo sconfortante e teso grigiore.

In questa città si vive di bei ricordi.