Frequenze a Impulsi

La FAI Factory è uno spazio polivalente di partecipazione, espressione e creatività giovanile: si trova in un night club, ora ristrutturato, confiscato alla criminalità organizzata che il Comune di Milano ha assegnato ad Arché.

Le Frequenze a impulsi sono le attività condotte dai volontari di Arché per offrire a preadolescenti e adolescenti la possibilità di sviluppare capacità individuali e di gruppo, per essere protagonisti e responsabili.

La web radio che puoi ascoltare da questo sito racconta chi siamo e cosa facciamo nella FAI Factory, che è per noi opportunità educativa e canale creativo, terra di mezzo da abitare per dare spazio e possibilità di sviluppo a forme d’arte vicine ai ragazzi.

Tutto ciò nella Milano capitale dell’arte, del design, delle radio!

Ma tu ci credi?

Gola di petrolio, petrolio alla gola

Un volatile prende il sole sulle coste dell'Alabama La catastrofe ambientale più grave della storia, come è stata definita all’unanimità, è avvenuta durante la scorsa primavera. Il 20 aprile, al largo delle coste americane del Golfo del Messico, l’esplosione che ha coinvolto la piattaforma petrolifera Deepwater Horizon ha generato una prodiga falla a millecinquecento metri sotto il livello del mare. Oltre al danno momentaneo, ovvero le undici vittime, l’attenzione si è focalizzata sul progressivo formarsi di una “marea nera”, composta dai 550 milioni di litri fuoriusciti dal fondale marino, che ha intaccato, oltre all’ecosistema marino, anche pesca e turismo, le due principali forme di sussistenza per gli abitanti di Luisiana e Alabama, i due stati più colpiti.

Sia il governo americano che la BP, la società proprietaria della piattaforma, hanno allestito un ampio fondo per i risarcimenti e gli aiuti, una flotta composta da quattromila navi attrezzate per arginare la macchia, incendiare il greggio e disperderlo chimicamente.

Grazie a provvedimenti più o meno utili e all’ausilio di provvidenziali correnti e tempeste oceaniche, ad agosto la marea nera sembrava scomparsa quasi del tutto. Certo, il fatto che sia sparita alla vista non significa che non stia provocando effetti devastanti. Infatti le sostanza tossiche depositatesi sul fondo marino arrecano danni addirittura più pesanti e longevi rispetto al petrolio sulle spiagge.

Un abbozzo di riflessione, un’impressione, che scaturisce da tutta questa storia è che l’uomo, attraverso la tecnica, ha osato, ha tentato più di quanto sarebbe stato in suo potere. Ha giocato d’azzardo ed ha perso. Come pensare di poter aprire una valvola a migliaia di metri di profondità consapevoli di essere privi dalla possibilità di chiuderla? Ormai l’uomo crede di essere diventato onnipotente grazie alla tecnica, alla tecnologia. Pensa di avere il pieno controllo su ciò che gli sta intorno solo perché ha inventato un metodo per accendere la luce senza bisogno di premere un interruttore. Questa supponenza  porta alla piena convinzione, tipica della protervia americana, direi, di poter sfruttare ciò che la terra offre solo perché si è sulla terra. Il fatto di esserci autorizza all’abuso. Tutto ciò procede senza intoppi finché, ogni tanto la natura ricorda all’uomo che il rapporto con essa ha bisogno di regole solide; che questo rapporto è una relazione univoca tra l’uomo e se stesso, perché egli per primo è parte della natura nonostante spesso se lo dimentichi.

Ma fino a quando la specie umana nella sua interezza non tornerà a comprendere che il rispetto per ciò che ci circonda non è un optional ma la base su cui costruire le nostre azioni, disastri e tragedie continueranno a verificarsi.

Ci si dispera per le vittime delle alluvioni dopo aver costruito abusivamente edifici nel letto del fiume; si piangono i parenti che vivevano in case di cartapesta crollate alla prima scossa di terremoto; si ricordano le vittime delle valanghe, morte in un  giorno in cui il grado di pericolo era 4.

Un bel giorno il Vesuvio erutterà con tutta la sua potenza  e i napoletani frigneranno bambini invece di recitare il mea culpa percuotendosi il petto per aver lasciato costruire montagne di cemento dove il buon senso l’avrebbe evitato.

E così, dopo il sermone, torno dritto a casa nostra.

Su la Repubblica del 18 giugno un lungo articolo di Luigi Carletti ha acceso i riflettori su un aspetto che si trascura: anche in Italia si trivella. Non ai livelli di Arabia Saudita o Nigeria, scontato precisarlo, ma i pozzi sparsi per l’intero territorio nazionale sono circa settecento. Mica male come numero! Tuttavia il loro estratto copre solo il 5% del nostro fabbisogno. A breve saranno inaugurati un altro centinaio di pozzi, anche in mare aperto, vicino a perle naturali come l’Elba, le Tremiti, Pantelleria, la Sardegna.

Ma vale la pena di rischiare in nome di uno sviluppo (definito “compatibile” ma non si capisce bene perché) considerato innovativo cento (certo!) anni fa? E’ sensato nel 2010 iniziare le trivellazioni o sarebbe meglio darsi da fare per trovare una soluzione energetica che vada bene anche fra cinquant’anni? Non sarebbe meglio adottare una politica energetica lungimirante? Non è un po’ tardi per cercare di diventare grandi come l’hollywoodiano Gigante, con tutti i rischi che, si è visto, ciò potrebbe comportare?

La risposta dopo la pubblicità.