Frequenze a Impulsi

La FAI Factory è uno spazio polivalente di partecipazione, espressione e creatività giovanile: si trova in un night club, ora ristrutturato, confiscato alla criminalità organizzata che il Comune di Milano ha assegnato ad Arché.

Le Frequenze a impulsi sono le attività condotte dai volontari di Arché per offrire a preadolescenti e adolescenti la possibilità di sviluppare capacità individuali e di gruppo, per essere protagonisti e responsabili.

La web radio che puoi ascoltare da questo sito racconta chi siamo e cosa facciamo nella FAI Factory, che è per noi opportunità educativa e canale creativo, terra di mezzo da abitare per dare spazio e possibilità di sviluppo a forme d’arte vicine ai ragazzi.

Tutto ciò nella Milano capitale dell’arte, del design, delle radio!

Ma tu ci credi?

Susan e Freddy - Parte I

Sono molto grato alla ragazza che ha scritto di recente al Corriere, parlando della sua sieropositività. Nella lettera e nel successivo incontro con una giornalista, la ragazza ha lanciato messaggi importanti e, soprattutto ci ha regalato un pezzo della sua storia. Ma il motivo di gratitudine non è solo per aver voluto condividere  con i lettori momenti di angoscia della scoperta della diagnosi o per l’appello fatto ai media chiedendo di dedicare più spazio all’Aids.

“Sono una ragazza normale”, scrive oggi l’autrice della lettera. A che normalità si riferisce? Tratto con scarsa disinvoltura il termine “normalità”, non solo per un mio pregiudizio ideologico, è troppo pieno di contenuti impliciti.  Ma forse capisco già dal titolo della lettera a cosa si sta riferendo l’autrice: “Non sono una drogata” “Non sono di facili costumi” “Vorrei almeno che la gente non mi guardasse male per la mia malattia”.

Dopo tanti tantissimi anni di lavoro con L’Aids, non sono per niente convinto che in generale tutta la gente possa arrivare a guardar male una persona per la sieropositività. Anzi rispetto ai primi anni della malattia molto è cambiato, ma le parole della ragazza mi fanno pensare a un libricino di Susan Sontag di tanti anni fa.

La Sontag nel 1988 scriveva “L’Aids e le sue metafore”.

Ventidue anni fa, una riflessione fondamentale su come, pericolosamente, a certe malattie si leghino metafore socialmente costruite. Colpa e vergogna sono le metafore più forti intrecciate alla malattia che in quegli anni sembrava riguardare solo eroinomani, omossessuali e persone con comportamenti irresponsabili e promiscui. A quanto pare Sontag era stata profetica nel parlare della pericolosità della componente metaforica dell’Aids. Certo di strada ne è stata fatta tanta da quegli anni, ma sembra che progressi sanitari abbiano avuto maggior velocità rispetto al cambiamento culturale, che non sembrerebbe ancora maturo. Le rappresentazioni sociali di Hiv e Aids sono molto lente a cambiare se in qualche modo crea stupore che l’Hiv possa riguardare gli studenti della Bocconi.

Tre anni fa abbiamo condotto una ricerca su circa 1000 ragazzi delle scuole medie di Milano. Abbiamo analizzato non solo il livello di informazioni dei ragazzi sulla malattia attraverso dei questionari, ma anche le libere associazioni che gli scolari in classe facevano a partire dalla parola Aids durante un brainstorming.

Il risultato della ricerca è curioso. In alcune classi nei questionari i ragazzi si dimostrano informati e propensi a parlare di Hiv, ma se guardiamo le parole più frequenti nelle libere associazioni, notiamo che emerge in modo forte e chiaro la dimensione della paura e le antiche succitate “categorie a rischio”.

Freddy Mercury, scomparso quasi vent’anni fa, è l’icona più citata dai ragazzi.

Dunque, razionalmente sappiamo che l’Hiv riguarda tutti, che per molti aspetti (nel mondo occidentale) è una malattia meno grave di molte altre e molto più difficile da trasmettere, ma poi in qualche modo tendiamo ad allontanare questa malattia da noi (nello spazio e nel tempo) tanto che crea clamore pensare che, come tante altre patologie, possa riguardare gli studenti Bocconi, meglio continuare a pensare che riguardi un rocker bisessuale anni ’80 o paesi lontani.

Esistono diversi studi che dimostrano che se abbiamo paura di qualcosa tendiamo ad allontanarla da noi, a non pensarci e a non elaborarla, di conseguenza saremo, con forti probabilità, impreparati ad affrontarla assumendo comportamenti efficaci.

Più in generale possiamo dire che le emozioni giocano un ruolo fondamentale – e molto complesso – negli atteggiamenti e nelle scelte.

Per anni le associazioni di solidarietà si sono mostrate perplesse contro le campagne di prevenzione centrate sulla paura.  Non è solo una questione di rispetto per i malati (e basterebbe questo), ma l’utilizzo disinvolto della paura è un modo ottuso inefficace e probabilmente controproducente di fare prevenzione. Sappiamo quanto questi anni siano fertili per la paura, che è addirittura diventato un tema strumentale alla politica. Sempre meno in voga invece il tema della responsabilità.