Frequenze a Impulsi

La FAI Factory è uno spazio polivalente di partecipazione, espressione e creatività giovanile: si trova in un night club, ora ristrutturato, confiscato alla criminalità organizzata che il Comune di Milano ha assegnato ad Arché.

Le Frequenze a impulsi sono le attività condotte dai volontari di Arché per offrire a preadolescenti e adolescenti la possibilità di sviluppare capacità individuali e di gruppo, per essere protagonisti e responsabili.

La web radio che puoi ascoltare da questo sito racconta chi siamo e cosa facciamo nella FAI Factory, che è per noi opportunità educativa e canale creativo, terra di mezzo da abitare per dare spazio e possibilità di sviluppo a forme d’arte vicine ai ragazzi.

Tutto ciò nella Milano capitale dell’arte, del design, delle radio!

Ma tu ci credi?

Moti perpetui

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Ormai è autunno inoltrato e come tradizione prenatalizia, ma postsessantottina, sì è dato il via a varie forme più o meno riuscite di protesta contro la politica che gestisce la pubblica istruzione.

 Nella giornata di martedì 17 novembre cortei e manifestazioni di studenti hanno sfilato per le strade di diverse città italiane. Teatri dei moti: Roma, Torino, Bari e Milano. Proprio nel capoluogo lombardo alcuni (pochi: Il Corriere del 18 novembre parla di quattrocento appena) si sono ritrovati per protestare in modo non autorizzato contro la chiusura dei licei civici serali e i vari tagli ai fondi per università e ricerca. Sono seguiti diversi tafferugli tra poliziotti in assetto antisommossa e i manifestanti, al termine dei quali cinque studenti sono stati portati in questura, dove due hanno poi trascorso una piacevole nottata al fresco. Questi i fatti in casa nostra. E all’estero, l’istruzione, come è messa?

 La Repubblica di martedì 17 novembre titola un articolo di Andrea Tarquini: “La rivolta degli studenti secchioni”, e si riferisce alla situazione della potente e ricca Germania. Gli studenti si sono mossi anche là, certo più che di qua, ma non sotto una lisa bandiera ideologica, retaggio di tempi passati e di muri fortunatamente abbattuti,  quanto più perché “è la perdita delle illusioni a spingerli a pensare che ribellarsi è giusto”. Hanno occupato una cinquantina di atenei tra cui Tubinga, Amburgo Monaco, la Freie Universitaet di Berlino e si battono per motivi analoghi a quelli dei loro colleghi italiani: contro le carenze del sistema educativo ed a favore del riconoscimento del merito. Tarquini scrive: “ma sono secchioni simpatici che sembrano aver ragione”. Come dargli torto?

 E oltreoceano? Persino negli USA, nel Paese sede di molte tra le università più prestigiose al mondo (le famose Ancient Eight), campus da sogni, laboratori zeppi di cervelloni stranieri c’è un po’ di scompiglio in questo periodo. E indovinate dove? Nello stato più ricco e più popoloso di tutti: la California. Le occupazioni, apprendo dal Corriere di domenica 22 novembre, sono partite dopo che il Board of Regents, il consiglio di amministrazione che governa il sistema californiano delle università statali, ha deciso di aumentare le rette del 32%, ovvero a partarle sopra i 10.000 dollari. Non proprio noccioline. A Berkeley, giovedì notte, una cinquantina di studenti ha occupato un edificio. Inutile dire che molti di loro sono stati arrestati.

Dice la portavoce del college: “ Comprendiamo la frustrazione degli studenti, ma è deludente che venga espressa così”. E come dovrebbero fare, per farsi ascoltare? Mandarle una raccomandata? Sono sicuro che la leggerebbe e ne terrebbe conto…

E la cosa che accumuna la situazione dell’Italia a quella americana è proprio la reazione dei “grandi”.

Carlo Raboni, Corriere del 18 novembre, scrive che gli studenti devono evitare la violenza “spesso voluta e cercata”.  Ma cercata da chi? Chi ha in mano fumogeni e manganelli?

Mettiamo che i poliziotti, essendo le forze dell’ordine, abbiano ragione. Come possono fare gli studenti per manifestare il proprio disappunto verso tagli-ghigliottina e leggi-scempio?

 Sabato 14 novembre, sempre sul Corriere, Alberto Burgio, docente universitario e candidato europarlamentare, ha scritto una lettera al direttore De Bortoli che riporto ampiamente: 

“Caro direttore, dopo aver ridotto di 4 miliardi di euro in cinque anni i finanziamenti statali all’Università, ora il governo intende riformare l’Università a costo zero. La Carta di Lisbona fissa al 3% (nel 2010) la percentuale del prodotto interno lordo da investire nella ricerca, L’Italia è ferma all’1,1. e, invece di prevedere nuovi investimenti in questo settore, a detta di tutti strategico per competere sul piano internazionale, riduce ulteriormente le risorse già insufficienti. Basterebbe questo dato per capire di che riforma si tratti”

Vi invito a leggerla per intero: http://archiviostorico.corriere.it/2009/novembre/14/Universita_progetto_che_piace_solo_co_9_091114045.shtml

 Venerdì 20 novembre Pierluigi Battista ha scritto un editoriale dal titolo: “Il rito stanco dell’Onda”. Sostiene ciò che è avvertibile ad occhio nudo nelle scuole del nostro Paese e anche nelle aule universitarie: manifestazioni ed occupazioni sono un rito stanco, passato di moda, anche dopo lo scoppio dell’anno scorso. Tutti gli anni si è sempre ripetuto lo stesso copione trito e ritrito: legge/riforma non condivisa, manifestaioni, occupazioni, intervento delle forze dell’ordine, tutti a casa. Ormai il procedimento è quello, lo sanno tutti. Negli ultimi anni, i moti autunnali erano diventati una scusa per qualche giorno di vacanza anticipato. Si chiede Battista: “Vale la pena di mobilitarsi con obbiettivi vaghi e confusi, sapendo che tanto alla fine, passata l’ebrezza del momento, il colore delle manifestazioni, il calore della comunità, tutto resterà esattamente come prima?”. Il punto è proprio questo: tutto resta sempre come prima, qualsiasi cosa si faccia per modificarlo.

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Può darsi che valga la pena, e può darsi di no, ma almeno ci si dovrebbe provare, a cambiare le cose. Come fa dire Tomasi di Lampedusa al principe Tancredi: " Se vogliamo che tutto trimanga com'è, bisogna che tutto cambi". Ovvero, parafrasando, può cambiare tutto, ma in fondo non cambia niente. Tra tutto e niente c’è sempre la speranza del qualcosa.

Anche i moti, per così dire, di quest’anno cadranno nel nulla, come al solito. Probabilmente negli anni prossimi nemmeno ci saranno. Vigerà l’apatia e, forse, di questo, non si potrà dare torto a nessuno. Lo sconforto regnerà sovrano. Anzi, peggio dello sconforto, regnerà la rassegnazione: le cose vanno come devono andare, il mondo gira e girerà ancora per un bel pezzo qualisasi cosa succeda. Il grado successivo alla rassegnazione sarà il più completo menefreghismo.

Nel Sessantotto si manifestava con convinzione, ora si tira a campare, ma la situazione di partenza non è poi cambiata tanto.

 Chiudo citando Cesare Pavese: “ I problemi che agitano una generazione si estinguono per la generazione successiva non perché siano stati risolti ma perché il disinteresse generale li abolisce”.

 E il disinteresse è dannoso.