Frequenze a Impulsi

La FAI Factory è uno spazio polivalente di partecipazione, espressione e creatività giovanile: si trova in un night club, ora ristrutturato, confiscato alla criminalità organizzata che il Comune di Milano ha assegnato ad Arché.

Le Frequenze a impulsi sono le attività condotte dai volontari di Arché per offrire a preadolescenti e adolescenti la possibilità di sviluppare capacità individuali e di gruppo, per essere protagonisti e responsabili.

La web radio che puoi ascoltare da questo sito racconta chi siamo e cosa facciamo nella FAI Factory, che è per noi opportunità educativa e canale creativo, terra di mezzo da abitare per dare spazio e possibilità di sviluppo a forme d’arte vicine ai ragazzi.

Tutto ciò nella Milano capitale dell’arte, del design, delle radio!

Ma tu ci credi?

Imbarbarimento, parole e pudore (parte I)

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Futile, disputa, celia, bislacco, atavico, pimpante, sardonico, ondivago, specioso, adusato, pervicace. Vi dicono niente?

Alcuni giorni fa la mia attenzione è stata catturata da un articolo del Corriere scritto da Paolo Foschini. Argomento: lo Zingarelli 2010 avrà una sezione dedicata a 2800 termini poco usati, arcaici o meno, considerati in via d’estinzione e “da salvare”. Francamente non mi stupirebbe che tanta persone non conoscessero alcuni dei termini sopra elencati. Certamente non è detto che si usino poi tanto, visto che nel quotidiano si cerca, generalmente, di facilitare sia l’esposizione orale che la comunicazione, di qualsiasi tipo essa sia (eccezione fatta  per gli ambienti accademici nei quali più si parla difficile più si è oggetto di autoreferenziali lodi). Sarà di certo più probabile, però, trovare parole inusuali non al mercato ma in un testo scritto (scritto con una certa classe, s’intende). Ed allora il piacere di andare a scovare, tra le leggere pagine di un dizionario, tanto leggere quanto piene di misteri, un lemma fino a poco prima mai incontrato, sarà cagione di non poco piacere, il piacere della curiosità soddisfatta.

Ma si sa, gli italiani non hanno molta confidenza con la carta stampata. Libri e giornali sono spesso e volentieri optional nella case dei nostri burloni connazionali e in televisione raramente si assiste a discussioni e dibattiti portati avanti con cognizione di causa da persone competenti. Proprio i famosi talk show non sono altro che vere e proprie arene in cui gruppi di improvvisati sapienti non fanno altro che begare, aggredendosi come galli da combattimento, meglio, come galline.

Insomma le parole si sprecano. Si ripetono sempre le stesse. I politici ripetono sempre le stesse. Quante volte avete sentito “polemica”, “importante”, “crisi”, “dialogo”? Le stesse parole legate sempre agli stessi sterili argomenti, spesso non sterili in sé ma “sterilizzati” dalla reiterata e sconfortante bagarre politica.

Poche parole per dire qualsiasi cosa.

Una volta in pubblico si cercava di limitarsi ad un linguaggio pacato, diplomatico, di comportarsi secondo un canone di educazione e convenzioni rispettose verso l’altro. Ormai, invece, il turpiloquio è diventato legittimo. In televisione è sempre più comune sentire parolacce, insulti ed espressioni poco eleganti provenire non soltanto da qualche reality show di pessimo gusto, ma anche da politici e ministri. Ed il fatto che televisione e politica vadano alla deriva verso un modo di esprimersi volgare ed incolto porterà, e già porta, verso un imbarbarimento dei costumi sempre più netto, profondo e tangibile.

Tale triste e pericoloso imbarbarimento non è altro che il risultato della tendenza populista ad accaparrarsi consenso, voti ed attenzione stimolando i più bassi istinti della parte di pubblico ingenua ed ignorante o, semplicemente, stupida.

Con la volgarità, quindi, si semplificano le espressioni si impoverisce il linguaggio e non si trovano vie di mezzo. L’imbarbarimento porta a non sapere come esprimersi, non solo a non riuscirci, ma proprio a non sapere come fare, a non avere i mezzi per farlo: le parole.

Fine prima parte.